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Comune che vai, tassa che trovi. Ma perché a Biella sono le più alte del Piemonte?

By |14 Giugno 2016|News|

Il 2015 ha segnato una discontinuità effettiva nelle politiche fiscali. Un beneficio che ha riguardato anche artigiani, micro e piccole imprese. L’anno scorso, infatti, hanno visto calare il peso complessivo del fisco (Total tax rate) al 60,9 per cento: il 3,6 per cento in meno rispetto al picco toccato nel 2012 (64,5 per cento). C’è una obiettiva ragione di soddisfazione, quindi, ma il livello della pressione fiscale in Italia rimane intollerabile (19,4 punti in più della media europea) e fortemente penalizzante per l’attività imprenditoriale. Un significativo arretramento ha registrato, di conseguenza, il Tax free day, il giorno in cui l’imprenditore può finalmente cominciare a destinare i guadagni aziendali all’impresa e alla sua famiglia, passato dal 20 agosto del 2014 al 9 agosto del 2015. A rilevarlo è “Comune che vai fisco che trovi”, l’Osservatorio CNA sulla tassazione della piccola impresa, giunto alla terza edizione, che analizza 124 comuni italiani, a partire da tutti i capoluoghi di regione e di provincia.

E Biella come si pone in questa classifica? Purtroppo è al tredicesimo posto! E tra le provincie del Piemonte è quella posizionata più in alto! Torino è al 59mo posto, Asti al 67mo, Vercelli al 99mo, Alessandria al 105mo, Novara al 108mo, Verbania al 110 e Cuneo, penultima a 123mo. Sembra davvero incredibile questa enorme differenza tra Biella e tutte le altre provincie della nostra regione. Ben un mese di lavoro in più tra un imprenditore di Biella ed uno di Vercelli per “liberarsi” dal fisco! Incredibile…

Ma è possibile migliorare il sistema tributario? Per la CNA si può, e si deve. Tre le direttrici operative: una più consistente riduzione della pressione fiscale; il capovolgimento della tendenza a trasferire sulle imprese gli oneri dei controlli; l’uso intelligente della leva fiscale per aumentare la domanda interna. Come? La CNA ha preparato dieci proposte:

  • rendere l’Imu sugli immobili strumentali completamente deducibile dal reddito d’impresa;
  • utilizzare le risorse provenienti dalla spending review e dalla lotta all’evasione per ridurre la tassazione sul reddito delle imprese personali e sul lavoro autonomo;
  • introdurre una misura premiale che riduca l’imposizione sul reddito incrementale rispetto al reddito “ideale” stimato dagli studi di settore;
  • definire il concetto di autonoma organizzazione ai fini del non assoggettamento all’Irap;
  • introdurre l’Iri (Imposta sul reddito delle imprese) per consentire alle imprese personali di allineare l’imposizione sui redditi re-investiti in azienda a quella applicata alle società di capitali;
  • redistribuire il gettito derivante dalla tassazione sugli immobili adeguando i valori catastali ai valori commerciali;
  • trasformare le detrazioni relative a spese per lavori edili in crediti d’imposta cedibili agli intermediari finanziari;
  • introdurre il principio di cassa nella determinazione del reddito delle imprese personali in regime di contabilità semplificata;
  • eliminare lo split payment e ridurre la ritenuta sui bonifici, relativi a spese per le quali sono riconosciute le detrazioni fiscali, dall’8 perlomeno al 4 per cento, come in precedenza; evitare di spostare sulle imprese gli oneri dei controlli attraverso un uso intelligente della fatturazione elettronica B2B;
  • agevolare il passaggio generazionale delle imprese individuali tramite la completa neutralità fiscale delle cessioni d’azienda, al pari di quanto previsto in caso di conferimenti.

Da dove cominciare? Sicuramente dalla deducibilità completa dell’Imu dal reddito d’impresa, dall’Iri e dal criterio di cassa per determinare il reddito. Ma occorre cominciare, con coraggio, la piccola impresa italiana, ormai riconosciuta da tutti come la vera spina dorsale del nostro Paese, non può più davvero aspettare oltre.

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Lo studio nazionale prende a riferimento una impresa individuale, con cinque dipendenti, 430mila euro di fatturato e 50mila euro di utili. L’impresa italiana tipo. L’inversione di tendenza del Ttr registrata nel 2015 è merito esclusivo della riduzione della pressione fiscale locale (regionale e comunale), calata del 7,6 per cento, in buona parte riassorbito, però, dall’effetto della riduzione dei tributi locali deducibili dal reddito d’impresa. A produrre principalmente questa diminuzione la deducibilità completa dall’Irap del costo dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato e l’esenzione dalla Tari delle aree destinate alla produzione di rifiuti speciali. Per il 2016, purtroppo, il calo della pressione fiscale si arresta. L’Osservatorio prevede addirittura un lieve incremento del Total tax rate (+0,1 per cento) destinato a salire al 61 per cento complessivo. Un incremento che deriva dall’aumento programmato dell’aliquota dell’Ivs (Invalidità-vecchiaia-superstiti), la contribuzione previdenziale della Cassa artigiani e commercianti, solo in parte attenuato dall’elevazione della franchigia Irap a 13mila euro. Inoltre, la maggior parte degli interventi introdotti con Legge di stabilità del 2016 non produrranno effetti sensibili sulle imprese di minore dimensione, se non il beneficio che deriva dal super ammortamento relativamente agli investimenti effettuati in corso d’anno. Nei valori medi nazionali, l’andamento del TTR riferito alla piccola impresa analizzata negli anni tra il 2011 e il dato di proiezione 2016, viene evidenziato nella figura 1.1.

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Dalla figura è evidente che la spinta verso l’alto del TTR subita tra il 2011 ed il 2012 di ben 5,4 punti percentuali è stata causata, principalmente, dall’introduzione dell’IMU. Tra il 2013 ed il 2014 il Total Tax Rate mostra un ulteriore lieve rialzo di 0,1 punti percentuali, dovuto all’aumento dei contributi previdenziali, alle decisioni dei comuni circa la tassazione locale ed, in particolare, all’introduzione della TASI, nonché all’aumento dell’IRPEF dovuto alla riduzione dell’IMU e dell’IRAP deducibile dal reddito d’impresa. Incremento che, con tutta evidenza, viene solamente in parte compensato dalla riduzione dell’IRAP, dovuta all’incremento della parte di costo del lavoro deducibile dalla stessa IRAP (in proposito si veda appendice normativa). In particolare, dalle analisi sull’anno 2015 è emerso che la TASI ha pesato mediamente sul prelievo comunale di 220 euro, con punte di circa 1.500 euro nei comuni di Agrigento e Isernia ovvero di circa 1.300 euro nel comune di Sassari. Si tenga conto, inoltre, che la scelta di istituire la TASI piuttosto che aumentare ulteriormente l’IMU, ovviamente entro i termini previsti dalla legge (in proposito si veda appendice normativa al rapporto), non è indifferente sotto il profilo del Total Tax Rate complessivo. A tal proposito si deve, infatti, considerare che mentre l’IMU è deducibile dal reddito d’impresa solamente nella misura del 20% del tributo pagato, la TASI è deducibile al 100%. Pertanto, a parità di tassazione complessiva comunale sugli immobili (IMU + TASI), chi ha scelto di aumentare la TASI ha concesso alla nostra piccola impresa un effetto compensativo di circa il 52% di tassazione erariale. In termini di effetto netto sul Total Tax Rate complessivo, l’introduzione della TASI ha pesato nel 2014 per lo 0,5%. Questo importante incremento del Total Tax Rate, come è stato messo in evidenza nel rapporto dello scorso anno, viene in parte recuperato nel 2015, per effetto del riconoscimento della deducibilità completa del costo dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato dall’IRAP. La conseguente riduzione dell’IRAP, infatti, ha ridotto il Total Tax Rate della piccola impresa di 1,7 punti percentuali. Inoltre, rispetto al dato di proiezione 2015 calcolato lo scorso anno, il comportamento dei Comuni unitamente all’interpretazione del MEF sulla esclusione dalla tassazione TARI sulle aree destinate alla produzione di rifiuti speciali, ha determinato una ulteriore riduzione del TTR di 1,3 punti percentuali. Tra il 2014 ed i dati a consuntivo del 2015 emerge, quindi, una riduzione complessiva del TTR di ben 3 punti percentuali, dovuta anche al fatto che la tassazione locale diversa dalla TARI nel 2015, non ha visto incrementi rispetto al 2014. Sulla base delle proiezioni sull’anno 2016 emerge un lieve aumento di 0,1 punti percentuali dovuto da una combinazione di fattori. L’aumento della franchigia IRAP a 13.000 euro prevista per il 2016, determina una riduzione di IRAP dovuta che, tuttavia, viene completamente annullata dall’aumento programmatico dell’aliquota di contribuzione previdenziale della cassa artigiani e commercianti di 0,45 punti percentuali. Nel 2015 è pertanto evidente una inversione di tendenza. Tuttavia questa inversione di tendenza appare sempre più come un ritorno al passato con una riduzione della tassazione locale ed un aumento della tassazione erariale. Tra il 2014 ed il 2015, infatti, per effetto di quanto indicato nelle righe che precedono, la tassazione locale scende di ben 7,6 punti percentuali e la tassazione erariale aumenta di 4,6 punti. Tendenza che permane anche con riferimento alle proiezioni sull’anno 2016, dove la tassazione erariale aumenta di altri 0,3 punti e la tassazione locale si riduce di altri 0,2 punti percentuali (si veda Figura n. 1.2).

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Con riferimento al 2016, pertanto, la piccola impresa si trova con una tassazione erariale esorbitante che arriva a sfiorare il 70% delle imposte pagate, quella comunale al secondo posto con più del 20% ed il restante 10% quella regionale. Rispetto al dato del 2011 il peso relativo della tassazione erariale (statale) su quello della tassazione locale, appare più alto nel 2016. Inoltre nella tassazione locale avanza la tassazione comunale sulla tassazione regionale (vedi Figura n. 1.3).

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La strada da percorrere è sicuramente quella di continuare verso una sensibile riduzione della pressione fiscale locale sul reddito delle imprese, cercando di responsabilizzare gli enti locali nella gestione della cosa pubblica attraverso l’entrata in funzione dei costi standard, pertanto senza togliere risorse necessarie per garantire i servizi ai cittadini ed alle stesse imprese. Allo stesso tempo occorre agire anche sulla tassazione erariale. Occorre cioè attuare il principio dal centro alla periferia responsabilizando gli enti locali attraverso i costi standard e riducendo la tassazione erariale (per le proposte si veda quanto indicato alla fine dell’articolo). Al fine di vedere da un ulteriore punto di vista la situazione fiscale delle imprese, si è deciso di tramutare il Total Tax Rate in giorni di lavoro necessari per soddisfare l’onere tributario e contributivo. Si tratta, con tutta evidenza, di una analisi ideale ma, tuttavia, molto significativa per sottolineare i sacrifici che gli imprenditori sono costretti a fare al fine di soddisfare l’onere fiscale. Partendo dai giorni di lavoro necessari per soddisfare l’onere fiscale è stato possibile determinare il Tax Free Day. Per Tax Free Day, si intende l’ultimo giorno necessario per assolvere agli oneri fiscali, quindi il piccolo imprenditore, dal giorno successivo, inizia a produrre redditività per sé e per la propria famiglia. In altre parole può essere identificato come il giorno nel quale le piccole imprese si liberano dal fardello del fisco. Le date del Tax Free Day, riferite ai valori medi nazionali, sono evidenziate nella figura n. 1.4.

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È evidente che si tratta di modi diversi per analizzare la medesima cosa, pertanto, come si nota l’andamento della curva segue perfettamente le orme di quella riferita al “Total Tax Rate”. Dalla figura emerge che nel 2011, ultimo anno dell’ICI, mediamente la piccola impresa doveva lavorare per pagare le tasse fino al 3 agosto, mentre con l’introduzione dell’IMU e della TARES dal 2012, si è verificato un balzo del Tax Free Day di 20 giorni, ossia quasi un mese di lavoro in più per assolvere all’onere tributario. Poi la parziale deducibilità dell’IMU del 30%, in vigore per l’anno 2013, ha fatto risparmiare 3 giorni di lavoro. Nel 2014 una combinazione di fattori in parte negativi, come la riduzione della percentuale di deducibilità dell’MU dal reddito d’impresa dal 30 al 20 per cento e l’introduzione della TASI, e in parte positivi, come l’aumento delle deduzioni forfetarie dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato dall’IRAP ovvero l’aumento della franchigia IRAP a 10.500 euro, ha prodotto la sostanziale stabilità del Tax Free Day. Al contrario nel 2015 la nostra piccola impresa ha risparmiato ben 11 giorni di lavoro per pagare il fisco, grazie alla deduzione integrale del costo dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato dall’IRAP, nonché dalla riduzione della TARI per effetto della esclusione delle aree degli immobili nei quali si producono rifiuti speciali. In fine nel 2016 si deve utilizzare un giorno in più di lavoro per pagare la maggiore contribuzione IVS per effetto dell’aumento programmato dell’aliquota che la riduzione dell’IRAP, per effetto dell’aumento della franchigia a 13.000 euro, è riuscito a compensare solamente in parte. Per finire, l’incidenza dei tributi che una piccola impresa deve pagare in ragione dell’attività svolta, è stata valutata anche in termini di reddito disponibile. In altre parole, si è analizzato quanto resta all’imprenditore analizzato nel rapporto dei 50 mila euro di reddito prodotto. Sempre analizzando i dati medi nazionali emerge l’andamento reso evidente nella figura n. 1.5.

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