Il Premio Bimbo Faber al Lanificio Fratelli Piacenza: un sogno che parte da lontano…


Come noto, il progetto “Acquisizione Lanificio Fratelli Cerruti 1881” da parte di un altro storico marchio del territorio ha vinto “a mani basse” la seconda edizione del Premio Bimbo Faber di CNA Biella sbaragliando la concorrenza nel novero della cinquina finalista.

La Giuria ha così premiato all’unanimità un progetto dal fortissimo impatto socio-economico che, salvaguardando i livelli occupazionali, ha permesso a 200 dipendenti di conservare il posto di lavoro all’interno dell’azienda che fu di Nino Cerruti.

E proprio dalla figura di Nino Cerruti, stilista e imprenditore biellese scomparso il 15 gennaio 2022, prende le mosse il progetto di acquisizione. A raccontarci la genesi di quest’operazione finanziaria, ma non solo (lo abbiamo poc’anzi sottolineato), è Carlo Piacenza, che il 29 giugno scorso, a Palazzo Gromo Losa, ha prima presentato alla platea il progetto e poi ha ritirato il Premio Bimbo Faber dalle mani di Nicole Orlando, atleta paralimpica biellese.

«Circa sei mesi prima della sua morte, io e Nino Cerruti ci sentimmo al telefono. Nel corso di quella chiacchierata, ad un certo punto, lui propose: “Perché non uniamo le forze?”. Tra di noi c’è sempre stata reciproca stima e grande rispetto, ma io allora replicai: “Non è facile, in questo momento, ci sono ancora due strutture indipendenti e distinte”. Lui obiettò dicendo: “Hai ragione, però è un vero peccato perché siamo due aziende che fanno della qualità e del Made in Biella la loro stella polare. Insieme potremmo fare grandi cose”. Pochi mesi dopo Nino morì, e quella fu l’ultima occasione in cui ci parlammo».

Quella telefonata, in qualche modo, fu profetica…

«A distanza di qualche mese dalla scomparsa di Nino, io e i miei figli venimmo a sapere che l’azienda era un po’ in difficoltà, allora abbiamo deciso di prendere i contatti con la dirigenza del Lanificio Fratelli Cerruti 1881, e da lì è nato il progetto di acquisizione di quel magnifico brand biellese».

Oltre a questa sorta di “debito morale” nei confronti di Nino Cerruti, cosa l’ha convinta della bontà di questo progetto?

«Di sicuro non è stato un salto nel vuoto. Non siamo abituati a farne, perché senza progettualità non si va da nessuna parte. Abbiamo deciso di puntare sulle persone. Per noi la cosa più bella è stata vedere quelle persone che riprendevano fiducia nel loro lavoro e nel loro futuro. Quando sono entrato la prima volta nello stabilimento, ho notato immediatamente un grande disorientamento da parte dei dipendenti. Una grande aziende deve puntare ad una rotta precisa, per poter dire ai propri dipendenti e collaboratori in quale direzione si sta andando».

C’è qualche aneddoto legato al progetto di acquisizione che vorrebbe ricordare?

«Sì, un aneddoto c’è, anche se non direttamente collegato a questo progetto ma alla mia infanzia: quand’ero poco più che un ragazzino, mio padre un giorno mi chiese: “Ma tu sogni?”. Io gli risposi: “Certo, ome tutti, ho anche degli incubi, qualche volta…”. E lui: “No, no, non hai capito. Intendevo dire se hai dei sogni”. Quella domanda mi rimase impressa, non capivo per quale motivo mi chiedesse una cosa del genere. Poi, con gli anni… Ho capito che bisogna sempre avere dei sogni nel cassetto, dei progetti da realizzare e con i quali realizzarsi. Questo dell’acquisizione di Cerruti per me è stato il sogno più bello».

E dire che nella vita di un imprenditore come lei di sogni ce ne saranno stati un bel po’…

«Esatto. Nella mia vita di sogni ne ho avuti tanti, belli e meno belli. Alcuni sono riusciti, altri no, o non come avrei voluto. Perché poi la bellezza del sogno deve tramutarsi in realtà, in qualcosa di tangibile. Per questo progetto, sono stati i miei figli e i miei nipoti a darmi la forza e la ragione per continuare, per andare avanti, perché arriva un momento in cui bisogna anche pensare a ciò che sarà dopo di noi…»

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